ROMA, SABATO 14 NOVEMBRE 2009
Sala della pace “Giorgio La Pira” Provincia di Roma/ Palazzo Valentini Via IV Novembre 119/A
CHE BRUTTO CLIMA! "Fermiamo il mercato dell’aria, riappropriamoci del clima, cambiamo la società"
Seminario nazionale di Attac ItaliaOre 10 - 12.30
introduzione di: Fabrizio Valli ( Attac Italia)
interventi di :
Giorgio Nebbia - ambientalista, saggista, professore emerito di Merceologia Università di Bari.
Daniel Tanuro - ingegnere agronomo attivista contro il cambiamento climatico
Cristophe Aguiton - Attac France
Riccardo Liburdi - Attac Roma
Ore 13 - 15 Verso Copenaghen: ambiente, clima e società
ne discutiamo con movimenti, comitati, associazioni
http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2925
Verso il vertice di Copenhagen
Informare e mobilitare senza tregua sarà il compito di tutti gli attivisti capitalisti
di Vincent Gay*
Il vertice internazionale di Copenhagen che si terrà il prossimo dicembre sarà di un’importanza capitale per il futuro della lotta contro gli squilibri climatici e le loro conseguenze sulle popolazioni del globo. L’ultima fase della discussione che si è tenuta a Bangkok sottolinea le resistenze dei principali inquinatori del pianeta.
L’ultimo rapporto delle Nazioni unite presenta un aggravamento degli squilibri climatici superiore a quello già diagnosticato dal Gruppo internazionale di studi sul clima (GISC) e un recente rapporto britannico mostra che la temperatura globale potrebbe aumentare di 4 °C entro il 2060: ciononostante, le grandi potenze fanno di tutto per non essere costrette a operare i cambiamenti necessari.
Infatti l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Unione europea mira a ottenere un accordo senza obiettivi obbligatori, ma contenente solo belle promesse. Queste potenze si fissano degli obiettivi inferiori alle raccomandazioni minime del GISC (come l’UE, per esempio), oppure rifiutano qualsiasi impegno, come gli Stati Uniti, la Russia, il Canada o la Nuova Zelanda. D’altro canto i grandi paesi in via di sviluppo si dicono pronti a impegnarsi su degli obiettivi precisi. Di fatto si tratta in questo caso di ritornare su uno dei principi positivi del protocollo di Kyoto, quello della "responsabilità comune ma differenziata", che ingiungeva prioritariamente ai paesi industrializzati di diminuire le emissioni di gas a effetto serra, e solo secondariamente ai paesi del Sud. Ormai per i paesi industrializzati lo scopo è di imporre un accordo che implichi in parti uguali tutti gli Stati, senza tenere conto né delle loro responsabilità storiche né dei livelli differenti di ricchezza. Jean-Louis Borloo [attuale ministro francese dell’ecologia, dell’energia e dello sviluppo sostenibile, ndr] ha gioco facile nel parlare del destino del mondo che si giocherà a Copenhagen. Lasciare il destino del mondo nelle mani degli industriali, delle multinazionali e dei governi al loro servizio non potrà che generare nuove catastrofi.
Chi pagherà?
Aldilà degli impegni quantitativi e dei mezzi per onorarli, si afferma uno scontro tra le grandi potenze e i paesi più poveri, nei quali le popolazioni saranno le prime minacciate, in particolare sulla questione del finanziamento di fondi d’adattamento necessari ai paesi poveri per far fronte agli squilibri climatici. Anche in quest’ambito i paesi industrializzati si rifiutano di rinunciare ai propri diritti sul debito dei paesi del Sud. Ad esempio l’Unione europea propone che il finanziamento dei fondi d’adattamento provenga al 40% dal denaro proveniente dal mercato del carbone, e che il resto della spesa sia assunto alla pari tra i paesi sviluppati e i paesi del Sud. In altre parole, gli Stati, qualunque sia la loro responsabilità, dovranno pagare la stessa cifra, e soprattutto la maggior parte dei fondi sarà il risultato di meccanismi che non sono soltanto inefficaci, ma che inoltre sono un nuovo strumento per l’imperialismo, che permetterà ai paesi industrializzati di scaricare le proprie responsabilità su quelli del Sud. Per i popoli di questi paesi, una doppia trappola: essere obbligati a pagare e inoltre farsi carico della delocalizzazione della riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra. Le proposte dei paesi africani sono orientate da un’altra logica, poiché propongono di prelevare il 5% del PIL dei paesi sviluppati per alimentare dei fondi di adattamento.
Le potenze imperialiste vorrebbero inoltre che siano le istituzioni al loro servizio, nelle quali detengono una maggioranza, a gestire i fondi, in particolare la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Non si può che rifiutare fermamente una tale prospettiva quando si conoscono i piani di aggiustamento strutturale imposti da queste istituzioni.
Diritto dei popoli o diritto del più forte?
Non bisogna far prova di ingenuità, per quanto riguarda la volontà di lottare radicalmente contro i cambiamenti climatici da parte di numerosi governi del Sud. Eppure è certo che l’unità dei paesi industrializzati è un arma puntata contro i popoli del Sud e che essi non possono accettare passivamente ciò che gli si vorrebbe imporre. Ormai è chiaro che bisogna basarsi prima di tutto su un’alleanza dei popoli, degli indigeni, dei movimenti sociali e ambientalisti, del tutto indipendente rispetto agli Stati. Una manifestazione ha avuto luogo a Bangkok il 5 ottobre e ha radunato i popoli thai, minacciati da grandi progetti industriali (dighe, centrali nucleari, …), la coalizione Climate Justice Now, la rete Via Campesina e delle delegazioni internazionali. È urgente estendere il più possibile questo tipo di movimenti per denunciare i primi responsabili e difendere un piano d’urgenza di salvataggio del clima su scala internazionale. Entro dicembre, informare senza tregua e mobilitare su questi obiettivi fondamentali sarà un compito prioritario per tutti i militanti anticapitalisti, con l’obiettivo, molto semplicemente, di fare in modo che questo mondo sia un mondo vivibile, egualitario e democratico.
* articolo apparso sul settimanale francese "Tout est à nous" dello scorso 15 ottobre. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.
Solidarietà - Anno 10 - N° 18 - 29 ottobre 2009
Parole chiave: attac, clima, Copenaghen, squilibri, terra, vertice
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