I Novemberkinder, i ragazzi nati il 9 novembre dell’89
Mentre Günter Schabowski, pronunciava la storica frase: “La frontiera è aperta”, decretando di fatto la fine del muro di Berlino, Jamila Al-Yousef nasceva nel quartiere di Mitte, presso l’ospedale della Charitè, da madre tedesca dell’est e padre palestinese. Oggi ha vent’anni, vive a Londra e studia storia. Continuamente si documenta sul passato della DDR, perché si rende conto che ne dovrà parlare per tutta la vita. Il prossimo 10 novembre, insieme ad altri a cui è toccata la stessa sorte (o missione), andrà a Bruxelles al parlamento europeo per una commemorazione. In Germania sono conosciuti come i Novemberkind, i ragazzi nati il 9 novembre 1989.
Jamila gestisce un account di Facebook e uno di Myspace costantemente aggiornati. L’Unità l’ha contattata su Facebook e lei ha risposto in poche ore al messaggio. Era tornata in questi giorni in Germania nel Macleburgo Antepomerania, dove vive ora la sua famiglia. Voleva viaggiare a Berlino per festeggiare i 20 anni della caduta del muro con gli amici. Ma ora spiega di essere vittima di una forte influenza che potrebbe impedirglielo. Risponde al telefono mentre è in macchina con la madre che la sta portando dal medico. Ciononostante parla volentieri, con molta sicurezza, e dando la chiara impressione di essere abituata a discutere di questo tema.
“Non ne abbiamo esperienza ma la nostra vita è ovviamente marcata dal muro. Non possiamo capire come era la vita nella DDR. Ora per noi è tutto possibile, abbiamo libertà totale”, spiega. Ed è vero. Lo dimostrano la sua storia e le varie interviste ai nati nella Germania est nel 1989, raccolte in questi giorni dalla stampa tedesca. La maggior parte di questi vent’enni particolari vive fuori, a Parigi, Vienna, New York. Alcuni studiano, come Marius Kiefer, altri sono ballerini come Carolin Grosswendet, altri ancora hanno trovato il loro posto all’interno del movimento no-global, come Laura Harmsen, nata all’ospedale di Kopenick (Berlino) in quel giorno storico.
“Mia madre ovviamente si trovava in ospedale, alla Charitè, quando mio zio è arrivato e le ha dato la notizia”, continua Jamila, “la prima reazione fu di felicità ma non si rendeva ancora totalmente conto che la DDR stava scomparendo, vero mami?”, chiede conferma alla madre che le sta accanto.
Chi è nato all’est in quegli anni come Jamila, non ha vissuto il muro però porta dentro un’esperienza molto diversa da quella dei coetanei occidentali. “Siamo consapevoli del fatto che la DDR non era solo oppressione, c’era un sistema sociale efficiente ma anche una morale molto forte”, spiega. L’eredità di questa morale li rende diversi perché non sono nati in mezzo al capitalismo, sono nati da esperienze distinte, ormai scomparse. Jamila ha chiaro in testa che il capitalismo non è la sola strada.
Si sentono allo stesso tempo Ossies (quelli dell’est), ma anche tedeschi. In generale hanno un’idea meno ostile della DDR di quanto invece non se la siano fatta i coetanei Wessies (quelli dell’ovest). Spesso però questa condizione, secondo osservano alcuni sociologi, li rende sradicati, con un passato di cui hanno notizia solo attraverso i racconti dei genitori. Molti vivono un conflitto in famiglia.
Quella di Laura Harmsen, per esempio, è una storia conosciuta. Figlia di un giornalista comunista della DDR, Torsten Harmsen, che tutt’ora si interroga sugli sbagli del sistema dell’est, Laura risponde che il 9 novembre “è il giorno in cui compio gli anni e ricevo regali”, come raccontò suo padre in un articolo il giorno del suo diciottesimo compleanno.
“L’89, papà, era il tuo tempo. Io allora non potevo fare nulla, sono solo nata”.
da l'Unità.it
l cemento dell’odio. È un segno di sconfitta. Se i mattoni separano gli uomini che non riconoscono all’altro da sé una comune umanità
Tutti i muri del mondo che invece di abbattere il mondo dimentica
Caduto quello di Berlino, restano le barriere più recenti.
Quelle contro l’immigrazione tra Spagna e Marocco, Messico e Usa. E quelle contro le guerre: tra Turchia e Cipro, India e Pakistan, Uzbekistan e Tagikistan, Zimbawe e Botswana.
E tra le due Coree: Il muro più assurdo del mondo
Melina. La Cisgiordania. Cipro. E ancora il Sahrawi. E la frontiera tra il Messico e gli Usa. Muri conosciuti e Muri «dimenticati». Un lungo elenco. Che contempla il muro Corea del Sud/Corea del Nord: un muro che si sviluppa per la maggior parte della frontiera tra i due Paesi; Il muro Thailandia/ Malesia: la Thailandia ha edificato sulla parte accessibile della sua frontiera un muro per impedire a terroristi islamici di raggiungere le sue agitate province a maggioranza musulmana: il muro Zimbabwe/Botswana: una barriera elettrificata si sviluppa lungo tutta la frontiera tra i due Paesi. Ufficialmente per impedire agli animali selvatici di passare da un Paese all'altro; in realtà serve per evitare che profughi dello Zimbawe entrino nel Botswana; il muro Uzbekistan/Tagikistan: l'Uzbekistan ha costruito un muro equipaggiato con sensori e videosorveglianza lungo la sua frontiera con il Tagikistan; il muro India/Pakistan: esteso per 3300 km si sviluppa lungo una frontiera che il Pakistan contesta; il muro Pakistan/Afghanistan: realizzato dai pachistani e lungo 2400 km. E ancora: il muro Emirati Arabi Uniti/Oman: costruito lungo tutta la linea di confine con il sultanato dell'Oman; il muro Arabia Saudita/Yemen: L'Arabia Saudita ha costruito un muro in calcestruzzo armato, munito di sensori e telecamere per impedire l'immigrazione illegale dallo Yemen, e senza esitare di fronte allo sconfinamento di questo muro entro il territorio dello Yemen; il muro Kuwait/Iraq: il Kuwait ha rinforzato il muro, già esistente, lungo 215 km di frontiera con l'Iraq: Un Muro resta anche in Europa: è quello Turchia/Cipro, edificato 35 anni fa da Ankara per delimitare i territori che rivendica a Cipro.
Ogni Muro ha una sua storia. Una sua giustificazione. Ma ognuno di questi Muri racconta di un fallimento. Perché di fronte a chi sente di non aver nulla da perdere, non c'è Muro divisorio che tenga. Il Muro può contenere la rabbia, il dolore, il desiderio di rivalsa di intere popolazioni. Può contene¬re, ma non cancellare le aspirazioni alla libertà, all'autodeterminazione nazionale, ad una vita non consumata tra patimenti e sofferenze. All'ombra di quei Muri si dipana l'esistenza di una umanità di «senza volto» ma non per questo inesistente. Perché questa umanità esiste. E cresce. E non accetta di autocondannarsi al silenzio, all'inazione. C'è chi fugge dalla povertà, chi da guerre e repressioni brutali. Altri cercano di lasciarsi alle spalle regimi che fanno scempio dei più elementari diritti umani, altri ancora (è il caso dei palestinesi della Cisgiordania) vedono in quel Muro di separazione la concretizzazione di un incubo: quello di essere costretti a vivere in città e villaggi trasformati in prigioni a cielo aperto, in una sorta di regime di apartheid trapiantato in Medio Oriente. Quei Muri sono un'ipoteca sul futuro. Il «Nuovo Inizio» passa per la loro caduta.
Sarebbe bello infine che anche il muro della Città del Vaticano, a Roma, fosse definitivamente aperto.
Ogni turista che ha visitato la Cappella Sistina e i Musei Vaticani lo conosce molto bene.
Sarebbe un esempio importante e concreto per popoli e nazioni.
Home
Commenti